
Davvero “incarognita”, questa campagna elettorale. Il presidente Napolitano non è l’unico a tirare un sospiro di sollievo per la conclusione di uno scontro che ha visto il fallimento di ogni tentativo di rimettere in carreggiata rapporti politici deragliati in uno scontro senza esclusione di colpi. C’è di buono che adesso un nuovo inizio è possibile. Per poco che gli piaccia, l’opposizione dovrà decidersi a guardare in faccia la realtà del Paese qual è, rinunciando all’idea di sovvertirla con qualsiasi mezzo.
Gli argomenti lanciati a getto continuo per alimentare il fuoco di questa campagna elettorale sono stati particolarmente spregevoli. Truppe d’assalto giudiziarie e lezzo di scandalismo assai più rosso che rosa, lanciati senza risparmio per screditare un leader che si disperava di battere col gioco pulito. E pazienza se colpire Berlusconi significava colpire anche l’immagine internazionale dell’Italia. Solo un’opposizione ridotta alla disperazione si attacca al gioco falloso nella speranza di cavarsela.
Passata la tempesta, e fatto il conto delle perdite, il gioco dovrà cambiare. Lo lascia intendere il fatto stesso che il gruppo dirigente del Partito democratico ha preferito lasciare solo Franceschini, con quella sua faccia da boy scout ipocrita, specializzato in colpi bassi vibrati guardando dall’altra parte. Tranne radi e svogliati interventi di D’Alema e Prodi, Franceschini è stato caricato dell’intera responsabilità della conduzione della campagna e del suo risultato, costretto a giocare d’anticipo nel ruolo di capro espiatorio a cui era stato cinicamente predestinato.
Tutto gli sarà messo in conto:
• la crescita dell’astensionismo a sinistra, dovuta a un disincanto che viene di lontano;
• la brutale alleanza con Di Pietro, che cannibalizza la sinistra;
• il possibile effetto galvanico degli errori di direzione politica sulle componenti lunatiche della sinistra estrema.
Soprattutto, gli sarà addebitata la confermata invulnerabilità di Berlusconi rispetto ai colpi bassi con cui da 15 anni la sinistra cerca inutilmente di buttarlo fuori pista.
Continuare a scommettere su una strategia di demolizione che raggiunge risultati opposti a quelli voluti, non è certo segno d’intelligenza politica. È segno, piuttosto, della difficoltà di un partito che non riesce a trovare la sua strada in un sistema politico che non è più quello di prima. Si deve sperare che la liquidazione di Franceschini, quando sarà, segni l’inizio di un nuovo e più ragionevole corso della sinistra.
Tutt’altro clima nel centrodestra, al traguardo di una campagna elettorale in bilico tra trionfo e vittoria. Nella ragionevole aspettativa di un risultato comunque largamente superiore a quello registrato nelle precedenti amministrative e nelle elezioni politiche, per largo che sia il margine d’imprevedibilità dovuto al fisiologico astensionismo del voto per il parlamento europeo. Quando la barca va, tutto va. C’è gloria per tutti. I tentativi di mettere Berlusconi e Bossi in competizione tra loro, o di estrarre dalle baruffe palermitane pronostici di sfracelli del blocco di centrodestra, sono ridicoli. Anch’essi rappresentativi della disperazione di una sinistra allo sbando. Nei naufragi, la speranza si attacca a ogni relitto.
Una campagna elettorale giocata sulla deformazione sistematica di parole e azioni dell’avversario ha avuto degna conclusione con i commenti malevoli per un’allusione di Berlusconi ai troppi extracomunitari presenti a Milano.
Un noto esponente della sinistra tedesca espresse il medesimo concetto con una metafora: “Lo straniero è come il sale nella zuppa. Ci vuole, ma se ce n’è troppo la zuppa è immangiabile”. ‘Troppo’, s’intende, rispetto alle possibilità di ordinata accoglienza in una società produttiva. Non razzismo, ma semplice buonsenso, largamente condiviso dallo stesso popolo della sinistra. Purtroppo, questa sinistra ha smarrito la capacità di ascoltare il suo popolo.
Cons.Mario Gori
Presidente gruppo consiliare PDL FRASCATI
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