Referendum: sgombriamo il campo dai luoghi comuni ed elenchiamo alcuni dati certi.• Non è vero che l’eventuale successo del “sì” danneggerebbe Berlusconi e il Pdl. Trasferendo il premio di maggioranza dalla coalizione al partito vincitore, il Popolo della Libertà, di gran lunga la maggior forza politica italiana, si rafforzerebbe non poco.
Non è vero che con la vittoria dei sì avremmo un immediato bipartitismo. Proprio perché il premio di maggioranza andrebbe al partito vincitore, quindi ad un solo partito, nulla cambierebbe nell’opposizione. Il bipartitismo sarebbe caso mai un effetto indotto: anche il centrosinistra dovrebbe attrezzarsi con un partito che puntasse a vincere le elezioni e dunque a conquistare il premio.
• Il referendum venne promosso quando la prospettiva del bipartitismo sembrava concreta anche per la sinistra: il progetto del Pd “a vocazione maggioritaria” di Walter Veltroni era in pieno decollo. Al comitato promotore hanno aderito anche numerosi esponenti del centrodestra che fin da allora credevano in quello che poi è divenuto il Pdl. La differenza è che su questo terreno i moderati sono andati avanti, il Pd è rimasto al palo.
• Il motivo per il quale Dario Franceschini (che non è tra i promotori) ha “scoperto” il referendum è dunque squisitamente tattico. Il suo obiettivo è aprire un conflitto tra Pdl e Lega. Franceschini però non ha mai risposto sugli effetti che una vittoria dei sì avrebbe a sinistra: anche lì i partiti minori, Idv e post-comunisti in testa, ne uscirebbero danneggiati. Ma questo solo nell’ipotesi che davvero si presentasse a sinistra un partito in grado di raccogliere la maggioranza degli italiani. Irrealistico, e Franceschini lo sa (ma non lo dice). Per questo può usare l’argomento referendum con spregiudicatezza e senza impegno.
• Il problema dei costi. I 460 milioni stimati dal Pd e dai referendari sarebbero secondo il Viminale molti meno, perché comunque anche in caso di accorpamento un extra agli scrutatori ed a chi presta servizio ai seggi va riconosciuto. Ma non è questo il punto. Fino a pochi giorni fa il Pd voleva destinare queste risorse alle forze dell’ordine. Poi ai disagiati. Infine alla ricostruzione dell’Abruzzo. Quest’ultimo sembra un motivo plausibile, ed è perciò che Berlusconi si è immediatamente attivato per una soluzione. Molto meno lineare è l’atteggiamento di Franceschini.
• La credibilità del referendum. Si dice che far celebrare il referendum assieme alle Europee o alle Amministrative garantisce il diritto dei cittadini ad esprimersi. Ed è dunque un’esigenza democratica. Ma che credibilità può avere una consultazione che ha bisogno di un forte traino elettorale perché altrimenti andrebbe deserta?
• Se guardiamo ai referendum negli ultimi 14 anni, non ce n’è mai stato uno che abbia raggiunto il quorum del 50% degli elettori più uno per essere dichiarato valido. Ventuno consultazioni referendarie, in pratica ogni due anni alle urne, andate a vuoto per mancanza di partecipazione: con medie anche imbarazzanti, tra il 25 ed il 30%. Quanto sono costati questi referendum? Qualcuno ha mai posto allora il problema dei soldi?
• Tra questa mole di referendum disertati dalla gente c’è di tutto: dall’abolizione dell’ordine dei giornalisti alla procreazione assistita (un blocco di quattro referendum nel 2005 che produsse un gran dibattito politico ed un’affluenza alle urne del 25,5%), passando per la “servitù coattiva di elettrodotto”.
• Gli ultimi referendum che invece hanno raggiunto il quorum furono quelli promossi nel 1995 dal fronte antiberlusconiano per limitare la pubblicità sulle televisioni private e proibire di possedere tre reti televisive: quorum raggiunto, appunto, ma vittoria dei “no”. Nella stessa tornata prevalse invece il “sì” sull’abolizione della contrattazione collettiva nel pubblico impiego, sulla trattenuta dei contributi sindacali dalle buste paga dei dipendenti e soprattutto sulla privatizzazione della Rai: ebbene, nonostante quei “sì”, nulla è cambiato sull’argomento.
• L’unico referendum che non ha bisogno di quorum è quello per abrogare una riforma istituzionale. Ed infatti fu vinto dalla sinistra cancellando la riforma votata dal centrodestra che prevedeva tra l’altro il federalismo (vero), la riduzione del numero dei parlamentari ed il rafforzamento dei poteri del premier.
Conclusione: negli ultimi 14 anni, in pratica da quando Berlusconi è in politica, i fatti hanno dimostrato che il premier non ha nulla da temere dai referendum. Anzi, sui quesiti diretti a colpirlo personalmente (le tv) la gente è andata a votare e gli ha dato ragione.
Dunque gli argomenti politici e pratici di gran parte dei referendari, e soprattutto della sinistra, appaiono pretestuosi.
Ancora di più quello dei costi: 21 consultazioni fallite per mancanza di quorum, con partecipazioni al di sotto del 30%, devono far riflettere. Sprechi, quelli sì, che non sono mai stati quantificati, e tantomeno denunciati.
Sarebbe dunque logico rivedere il meccanismo dei referendum, che da test di democrazia di massa com’era negli anni Settanta, all’epoca dei referendum sui diritti civili, sul divorzio e sull’aborto, è finito per diventare un abuso o un’arma politica impropria: 500.000 firme per promuovere una consultazione sono poche. La quota andrebbe considerevolmente innalzata.
In alternativa, i costi andrebbero posti a carico, almeno parzialmente, dei promotori. Sull’esempio dei rimborsi elettorali (che vanno ai partiti che effettivamente riescono ad essere rappresentati in Parlamento, anche se l’estrema sinistra ha appena strappato un emendamento che abbassa la soglia al 2%: con buona pace degli sprechi), va studiato un meccanismo che imponga ai promotori di addossarsi alcune spese in caso di fallimento del quorum. Così del resto funziona all’estero, sia per i referendum sia – come negli Usa – per le primarie presidenziali. Siamo certi che prima di proporre referendum a raffica ci si penserebbe bene. E queste consultazioni tornerebbero a riacquistare il loro valore di dare la parola alla gente su questioni di interesse pubblico, anziché scadere in operazioni di piccola chirurgia e cabotaggio partitico.
Cons.Mario Gori
Portavoce Pdl Frascati