venerdì 13 marzo 2009

Dario Franceschini novello Robin Hood

L’immagine di un Dario Franceschini novello Robin Hood, che toglie (una tantum) ai ricchi per dare ai poveri piace talmente a Repubblica da paragonare il segretario del Pd a Barack Obama: “Obama sì. Franceschini no. Nessuno si sogna di accusare il presidente Usa di bolscevismo”. E piace anche alla Stampa, che si spinge a definire l’idea di tassare del 2% i redditi oltre i 120 mila euro, per distribuire il ricavato ai ceti più bassi (vedremo poi come e a chi) “Una sfida alla casta”. Ma vediamo le cifre.

Quanti sono i cittadini che dichiarano redditi superiori ai 120 mila euro? Fonte Agenzia delle Entrate, si tratta di 176 mila persone, pari allo 0,43% del totale dei contribuenti.

Se l’“addizionale Franceschini” venisse applicata attraverso due punti in più di Irpef la loro aliquota passerebbe dal 43 al 45% a partire dai 70 mila euro di imponibile. In virtù della progressività, questi contribuenti onesti si vedrebbero gravati di cifre che andrebbero da 800 euro per chi è appena sopra i 120 mila di imponibile, fino a 10 mila. In media, i contribuenti interessati dovrebbero pagare più tasse per 2.831 euro a testa. Da questo calcolo saltano fuori i 498 milioni che Franceschini vuol destinare ai poveri.

C’è anche un altro sistema possibile applicare a tutti i contribuenti over 120 mila un prelievo del due per cento, indipendentemente dalla progressività. La sinistra non è nuova a questi trucchetti per trovare soldi: basta ricordare la tassa sul medico di famiglia escogitata da Romano Prodi. Comunque, con il prelievo secco avremmo un introito inferiore: 2.400 euro per 176 mila fa 422 milioni di euro.

E veniamo ai poveri. Si considerano tali quelli che dichiarano redditi inferiori a 6 mila euro, e sono ben 9,3 milioni, il 23,01% dei contribuenti. Se il “gruzzolo Franceschini” venisse distribuito a ciascuno di loro avremmo la strabiliante cifra di 53 euro l’anno qualcosa come 4 euro e 40 centesimi al mese. Nella seconda ipotesi – il prelievo secco – il “beneficio” scenderebbe a 45 euro l’anno, tre euro e 78 al mese.

Franceschini non può ignorare che le denunce dei redditi si fanno tra primavera ed estate, e che il saldo si paga a fine anno. Dunque da dove la prende la sua “una tantum”? E quando, visto che vuol limitarsi al 2009? Se il segretario del Pd cerca invece del soldi pronta cassa, allora dica che pensa a un prelievo secco, magari da applicare subito, basato sui redditi 2008. Essendo il meccanismo più rozzo, ne ricaverebbe meno, e più che una tassa sui ricchi la sua sarebbe una gabella indistinta.

Quando il governo ha varato la carta acquisti, che vale 40 euro al mese e costa allo Stato 450 milioni senza mettere le mani nelle tasche di nessuno, la sinistra (Franceschini compreso) l’ha definita un’elemosina. E ha chiesto non di aumentare le imposte, come sostanzialmente fa adesso, ma di ridurle per dipendenti e pensionati. È storia di due mesi fa.

Che il vero scopo di Franceschini sia politico o dice lui stesso.

Il mezzo miliardo di euro dell’una tantum non dovrebbe finire direttamente ai poveri, ma “ai comuni e alle associazioni del volontariato”. Insomma, avere esito incerto. Gestito da qualche sindaco o assessore. Anche in questo caso c’è chi mangia la foglia e chi no. E le critiche vengono dall’estrema sinistra, o dai dirigenti stessi di quel volontariato che Franceschini vorrebbe difendere. Per Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, l’una tantum è “un’elemosina inutile”. Per Andrea Olivero, presidente delle Acli, “non servono gli spot e le misure tampone”.

Ecco, messa così, a confronto con le cifre nude e crude e con la realtà dei fatti, la “Franceschini tax” può davvero essere presa per quello che è: una sortita politica che non serve certo ai poveri, ma vorrebbe rimettere un po’ in gioco chi l’ha avanzata.


La cifra demagogica della proposta di Dario Franceschini sull’una tantum per i “ricchi” non è tanto nell’aumento dell’aliquota Irpef per i redditi sopra i 120 mila euro. Quanto nell’obbiettivo finale: la redistribuzione di queste risorse.
Il leader del Pd dice: con questa una tantum è possibile raccogliere 500 milioni di euro, da redistribuire sulle fasce meno fortunate della popolazione. Nella sostanza i 176 mila contribuenti (lo 0,43% del totale) che dichiarano più di 120 mila euro dovrebbero pagare in media 2.831 euro all’anno in più all’anno. Secondo Franceschini, la sovrimposta dovrebbe essere proporzionale. Quindi, è verosimile che il maggior onere dovrebbe oscillare dagli 800 euro (per chi supera di poco i 120 mila euro) ai 10 mila euro per i redditi più alti.

Franceschini, poi, forse non ricorda la struttura delle nostre aliquote fiscali. Quella più alta (43% per i redditi sopra i 75 mila euro) già comprende una componente sociale. L’aliquota vera e propria, infatti, è al 40%; l’altro 3% già rappresenta gettito destinato a finanziare iniziative sociali.
E qui arriva la quota di demagogia. Gli italiani che dichiarano redditi pari od inferiori ai 6 mila euro all’anno (livello a cui si ha diritto alla social card) sono 9 milioni e 300 mila. Vale a dire, il 23,01 per cento.

A costoro Franceschini vuole devolvere i 500 milioni prelevati con l’una tantum sui “ricchi”. Vale a dire che vuol far loro arrivare qualcosa come 53 euro all’anno: 4 euro e 40 centesimi al mese. Con ogni probabilità, potrà anche immaginare detrazioni fiscali per i nuclei familiari mono-reddito; ed integrazioni per i figli a carico. Ma la sostanza cambia poco.

La tanto criticata (a sinistra) social card viene “caricata” con 40 euro al mese, per un totale di 480 euro all’anno. Quasi dieci volte il beneficio dell’una tantum di Franceschini.

Ancora una volta, quindi, la sinistra pur di strappare qualche titolo sui giornali, irride chi ha veramente bisogno. Come per la storia dell’assegno di disoccupazione. A conti fatti la tutela sociale garantita dalla proposta di Franceschini è nettamente più bassa del sostegno al reddito assicurato dalle misure messe in campo dal governo.

Cons.Mario Gori
Portavoce PdL Frascati

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