mercoledì 11 marzo 2009

Franceschini, idee chiare su niente

Con la proposta dell'assegno a tutti i disoccupati, Franceschini aveva tracciato la linea ispiratrice del suo mandato a termine, cioé quella di riposizionare il Pd più a sinistra nel tentativo di porre le basi per una ricomposizione dell'Unione prodiana. Una mossa massimalista, dunque, e anche demagogica, ma per lo meno il nuovo leader dell'opposizione aveva messo in campo uno straccio di proposta su cui la maggioranza era stata costretta a posizionarsi e a discutere. Sempre meglio di niente. Si trattava, ovviamente, di una proposta irrealizzabile, troppo costosa per il bilancio dello Stato e destinata - se mai fosse stata varata - a una solenne bocciatura europea, e per di più andava nella direzione sbagliata, perché avrebbe incoraggiato gli imprenditori in crisi a licenziare. Ma, almeno nel metodo, aveva restituito al Pd un ruolo più collaborativo, dopo la raffica di “no” dei mesi passati. La stagione propositiva è durata però lo spazio di un mattino, visto che dopo pochi giorni Franceschini ha subito ricominciato a boicottare in modo pregiudiziale ogni iniziativa del governo. Appena Berlusconi ha annunciato il piano casa, infatti, è scattato il riflesso condizionato del "non fare", quell'attitudine conservatrice che è stata e resta una delle più gravi malattie della sinistra italiana e che l'ha sempre più allontanata dal Paese reale.

C’è, in effetti, un abisso fra la concretezza che il governo sta dimostrando nell'affrontare la crisi e la contrapposizione vetero-idelogica del Pd, che si è liberato dell'abbraccio ingombrante del panambientalismo di Pecoraro Scanio ma che resta ancorato alle sue stesse logiche, per cui un piano caso deve essere necessariamente indentificato con la cementificazione selvaggia e non - magari - con l'opportunità di migliorare anche dal punto di vista ambientale un patrimonio immobiliare in molti casi vetusto (il concetto è semplice: chi ha una casa potrà ampliarla accrescendone il valore e rendendola più bella). La molla del no, insomma, fa sempre aggio sul ragionamento e sulla disponibilità al confronto. Berlusconi, di fronte a un'opposizione di questa fatta, non può che procedere speditamente con le riforme, mettendo in campo i provvedimenti urgenti anti-crisi e quelli strategici che permetteranno all'Italia di captare per prima i segnali di ripresa, appena arriveranno (ieri Almunia ha detto che la prima inversione di tendenza potrà esserci già nel 2010). Non è ottimismo di maniera sostenere, dunque, che le crisi finanziarie “nascono e finiscono”, e ricordare che l’Italia - dove non ci saranno situazioni di miseria – l’ha affrontata prima e la sta gestendo meglio di altri. I numeri lo dimostrano: 9 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali, 17,8 miliardi per le opere pubbliche, e tanti altri provvedimenti per un totale di 50 miliardi di euro, quasi tutti indirizzati ad alleviare i problemi delle famiglie e delle imprese.
Ma questo non basta, nell'ottica del medio periodo: per fare il salto di qualità decisivo occorre infatti ammodernare il Paese partendo dalle sue strutture burocratiche. L'allarme lanciato da Tremonti la scorsa settimana sui 100 miliardi di euro bloccati dalla burocrazia rende bene l'idea di quanto sia urgente riformare la pubblica amministrazione. Per questo il governo si è impegnato a digitalizzare i dati e renderli accessibili ai cittadini entro il 2012. È un modo per rendere più trasparente la pubblica amministrazione e per arginare i fenomeni di corruzione ancora presenti. Questo è un governo che sta attuando in pieno il suo programma, e che ha saputo adattare la sua azione - con la duttilità che solo una coalizione compatta e omogenea può mettere in campo - alla crisi finanziaria piombata dall'America. Si dice che è nei momenti difficili che si varano le riforme più efficaci. Esattamente ciò che sta facendo il governo italiano, marcando sempre più le distanze da un'opposizione velleitaria e divisa.
Mario Gori(Portavoce PdL Frascati)

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