giovedì 19 febbraio 2009

Ora il PD rischia il fallimento


Il tracollo di Soru in Sardegna ha liquidato Veltroni e rischia di liquidare il Pd, che dopo nemmeno due anni di vita si trova ad affrontare una crisi di leadership dagli effetti imprevedibili. Il segretario, nel momento in cui ha respinto l’invito velenoso a restare in sella, ha spedito un ultimo avviso altrettanto velenoso agli avversari interni: lascio per salvare il partito assumendomi le mie responsabilità e anche quelle non mie. Veltroni non poteva agire altrimenti, dopo cinque disfatte elettorali consecutive, inframmezzate da continui “stop and go” e da incomprensibili oscillazioni fra l’opposizione responsabile del governo ombra e i richiami della piazza giustizialista di Di Pietro. Con la riesumazione politica, addirittura, di un sepolcro imbiancato come Scalfaro per difendere il totem della Costituzione intangibile.
Al Pd, dunque, è mancato un leader autorevole e condiviso, ma questo non basta a spiegare il fallimento così fragoroso di un progetto politico nato con l’ambizione di cambiare la sinistra italiana in senso riformista. Con i “se” non si fa la storia, e neppure la politica, ma ci sono tutti gli elementi per dire che se al posto di Veltroni ci fosse stato D’Alema l’esito sarebbe stato uguale, perché il “quid” di autorevolezza in più dell’ex premier non sarebbe comunque bastato a colmare il deficit politico di un partito nato dalla saldatura di due gruppi dirigenti (ex Pci ed ex sinistra Dc) che hanno in comune un’unica ragione sociale: la perpetuazione del potere e l’autoreferenzialità. Questa orgia di potere ha prodotto un progressivo distacco della nomenklatura dalla realtà italiana e dalle dinamiche di una società in rapida evoluzione rispetto ai modelli politici del Novecento.
Così, sia Veltroni che D’Alema hanno perso i collegamenti con le periferie fidandosi solo dei rispettivi proconsoli (versione edulcorata dei cosiddetti “cacicchi”) che hanno riproposto a livello locale gli errori madornali del vertice romano. Solo così si spiegano il caso Sardegna e il caso Firenze, che sono due facce di una stessa medaglia di pessimo conio. Soru, che un forte carisma regionale lo aveva mantenuto, non è bastato a scongiurare il crollo verticale del Pd, che evidentemente è il partito che non c’è, perché non ha fatto i conti col passato, non ha saputo interpretare il presente e si è precluso in modo irreparabile il futuro. Non a caso il Riformista di ieri titolava “Resta solo il modello Renzi”.
A Firenze, come nel resto della Toscana, il Pd “ufficiale” si è visto bocciare tutti i suoi candidati, dalemiani o veltroniani che fossero. La rappresentazione plastica di questa grottesca deriva crepuscolare è l’appoggio di Bersani – candidato di D’Alema alla segreteria nazionale – al ministro ombra Ventura in corsa per le primarie fiorentine. Doveva essere l’uomo della provvidenza, Ventura, l’Unto capace di rimettere insieme i cocci di una guerriglia infinita, e invece è arrivato ultimo fra i Democratici, superando di poco il 10 per cento. Col paradosso che, mentre Rutelli urlava il suo no alla derubricazione della Margherita a Partito dei contadini polacco, cioè a mera ruota di scorta dei Ds, il suo rampollo fiorentino sbaragliava al primo colpo i competitor ex-Pci. Ulteriore segnale che nessuno ormai, a Roma come negli ultimi fortilizi rossi, controlla più partito e iscritti.
Né D’Alema né tanto meno Bersani hanno dunque in mano l’atout per rimettere in piedi il Pd, perché ci troveremmo di fronte a un copione già scritto, con la ripetizione a parti invertite della guerra di logoramento che da venti anni vede protagonisti i due soliti noti. I quali “simul stabunt, simul cadent”, e quando cadranno lasceranno solo le macerie di un comunismo sopravvissuto a se stesso sotto nuove e sempre più improbabili insegne.
Mario Gori (Portavoce PDL Comune di Frascati)

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