giovedì 19 marzo 2009

Il PDL durerà nel tempo

Sergio Romano sul Corriere della Sera di stamani fa un'analisi giusta (sul bipolarismo necessario) e una sbagliata (sulla sorte del Pdl). L'editorialista saluta la nascita del Pdl come una buona notizia per tutti coloro che vorrebbero un'Italia bipolare, e dà loro ragione, ma allo stesso tempo preconizza in tempi brevi un'implosione del nuovo partito esattamente sulla falsariga di quanto sta già accadendo al Partito democratico. "Ciò che è accaduto al Pd dopo le elezioni politiche dell'anno scorso - scrive Romano - dimostra che i matrimoni, soprattutto nella loro prima fase, sono fragili e possono sciogliersi bruscamente da un momento all'altro".
L'editorialista del Corriere riconosce un'unica differenza tra Pdl e Pd: la forte leadership di Berlusconi e la grande popolarità di cui gode nel Paese. Questo non lo trattiene però dall'eccepire che "una forza politica così strettamente legata al ruolo di una persona può maggiormente subire, soprattutto nella sua fase iniziale, i contraccolpi della cattiva fortuna".
A parte che tutti i sondaggi sono unanimi nel fotografare una situazione di "bello stabile" per il Pdl e per il governo, ritenuti evidentemente dall'opinione pubblica gli unici validi punti di riferimento in questa situazione di crisi internazionale, e che quindi non sono alle viste possibili "contraccolpi della cattiva fortuna", c'è un altro discrimine fondamentale fra il Pdl e il Pd, e cioè il modo in cui sono nati. Il Pd - ha ragione Romano - ricorda da vicino l'unificazione socialista dell'ottobre '66, quando il Psi di Nenni e il Psdi di Saragat si fusero conservando però le rispettive strutture. Sia l'unificazione socialista, sia la fusione tra Ds e Margherita hanno avuto entrambe un vizio d'origine: il forcipe delle nomenklature.
Il Pdl, invece, è nato nelle urne, e prima ancora nella maestosa manifestazione popolare del 2 dicembre 2006. La svolta politica certificata dalle elezioni di aprile 2008 ha messo tutti davanti a un fatto compiuto e incontrovertibile, e cioè che il Popolo della Libertà è stata l’unica risposta alla confusione politica e alla frammentazione partitica. È stata la risposta attesa da tempo da un numero sempre crescente di cittadini che, delusi dalla sinistra e dal suo governo, esigevano un’alternativa realistica e credibile al regime delle tasse imposto da Prodi al Paese (ed è emblematico che il Pd, nel momento della sua crisi più acuta, rispolveri proprio la figura del Professore...).
La verità è che c’è un tempo in cui la politica deve dettare l’agenda, e un tempo in cui, invece, deve saper ascoltare quello che dice la gente. Berlusconi ha avuto il coraggio di farlo intuendo che la crisi degenerativa della sinistra stava trascinando con sé lo stesso sistema politico, e che in quel preciso momento la gente era più avanti della politica, e voleva fortemente la nascita di un grande partito dei moderati.
È stato dunque giusto e doveroso dare subito voce a questa richiesta, per il bene dell’Italia. E chi parlava di questo partito come di una deriva plebiscitaria e avventuristica, ora probabilmente si sarà reso conto che quella era una polemica strumentale e sbagliata. Il Pdl è nato infatti nel modo più democratico possibile, cioè dal basso, e non attraverso una fusione fredda tra partiti com’è avvenuto, appunto, nel Partito Democratico. Altro che partito del predellino: il Pdl è un partito liberale di massa, si è formato sul ceppo di Forza Italia, dal patto con la Destra moderna e post-ideologica incarnata da Alleanza Nazionale ed è nato dall’incontro della politica con la società civile. È stato, insomma, la risposta più limpida al predominio delle oligarchie e della vecchia politica.
Il Pdl, dunque, è la forma politica del superamento delle vecchie barriere, è lo strumento del popolo che impone la legge della modernità e inchioda la politica alle sue responsabilità. Il Popolo della Libertà è il partito del rinnovamento e delle riforme. Un partito che si ispira ai valori del Partito Popolare Europeo e che fonde le vecchie identità senza annullarle. Sulla sorte del Pdl, allora, Romano sbaglia pronostico. Mentre ha ragione quando sostiene che l'Italia deve dotarsi di un quadro istituzionale che tenda alla creazione di due leader contrapposti e che questi leader abbiano i poteri necessari per mantenere uniti i rispettivi partiti. Romano dice a chiare lettere che va riformata quella parte della Costituzione che riguarda i poteri del premier, del governo e del Parlamento. E' quello che dice da tempo Berlusconi, tra le invettive della sinistra.


Cons.Mario Gori
Portavoce PDL Frascati

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