
Se non fosse per la claque mediatica che accompagna qualunque sciocchezza dica, la stella di Franceschini si sarebbe già appannata senza che noi muovessimo un dito… A farla risplendere, nell’universo di una sinistra umiliata dalla cacciata di Veltroni, contribuisce la sordina su Di Pietro e la confusa agitazione di Verdi, ex rifondaroli e socialisticomunisti allo sbando che stanno ricostruendo la fronda antagonista. Faccio queste osservazioni alla vigilia del congresso del maggior partito italiano con una nuova consapevolezza. Il Popolo della Libertà non dovrà cadere, come piacerebbe ai nostri avversari, nelle polemiche quotidiane del botta e risposta, nello scambio di accuse, nel teatrino insomma, della politica sui giornali e davanti alle telecamere!
Sarebbe un vantaggio per i più deboli e divisi e un pessimo inizio per la forza di governo e di maggioranza che ha di gran lunga maggior influenza e stabilità nell’interno continente europeo. L’unica – ed è l’anomalia che fa soffrire i partner esteri – che esprime una forte leadership personale di governo e di partito, in grado di trasferire il proprio carisma nel popolo e trarre da esso la necessaria spinta all’azione. Da questo punto di vista il sogno e la scommessa del PdL che nasce domenica, coincidono perfettamente.
Proprio per salvaguardare la nobiltà e il valore aggiunto della nostra leadership, che ha consentito il successo del progetto del PdL, l’intera classe dirigente dovrà mantenere un atteggiamento autorevole e responsabile, con grande attenzione al territorio e alla competitività che in esso si scatena alla vigilia delle prove elettorali. Il voto amministrativo e quello europeo devono vederci impegnati, all’indomani del congresso, con una determinazione che gli avversari neppure sospettano. Guai se, forti dell’acclamazione congressuale e dell’eco dei sondaggi, lasciassimo libere le frontiere dello scontro ravvicinato, della lotta sui voti porta a porta, se cioè dessimo per acquisito un nostro grado di egemonia irreversibile. Tutt’altro: il potere di convinzione che il PdL porta con sé deve essere convalidato con l’esploit di voti nel prossimo giugno. Il primo segnale di una rinnovata competitività va rivolto, al centro e in periferia, su quegli alleati che hanno sempre visto nella leadership di Berlusconi la possibilità di qualunque mediazione a loro favore. Scopriranno, assieme ai nostri avversari irriducibili, che un partito che punta alla maggioranza assoluta dispone di una capacità organizzativa e persuasiva senza precedenti. E sarà la grande novità italiana.
All'immediata vigilia della nascita ufficiale del Popolo della Libertà, Berlusconi e Fini hanno ricominciato a parlare con una sintonia che era sembrata venir meno con l'accentuazione dei contrasti istituzionali fra premier e presidente della Camera. E se restava qualche timore su colpi di coda di qualche settore di Alleanza Nazionale restìo a una fusione vissuta come annessione, il congresso di domenica scorsa ha fugato ogni dubbio.
C’è, in particolare, un passaggio del discorso pronunciato da Fini che taglia l’erba sotto i piedi di quanti, confluendo nel Pdl, pensavano addirittura di contagiarne i valori per trasformarlo, con il tempo, in un partito di destra-destra. È il passaggio in cui, con una "direttiva" che non lascia spazio a repliche, il presidente della Camera ha messo in riga quanti avevano cavalcato questa tesi spiegando che i valori del nuovo partito saranno nient'altro che quelli del popolarismo europeo, ed è questa la prima, grande, sostanziale differenza tra il Pdl e il Pd, un partito che ancora non è in grado di dire a quale famiglia politica continentale appartiene.
Il Popolo della Libertà, dunque, resterà saldamente ancorato alla sua natura di partito moderato ma riformatore, e al suo ruolo centrale rispetto alle tendenze e ai problemi della società e di un sistema politico-istituzionale da riformare. La sintonia su questa impostazione tra Berlusconi e Fini è sostanziale, non formale. Come lo è, nei fatti, anche sulle prospettive che investono gli assetti istituzionali. È vero che Fini ha sottolineato ancora una volta che il Parlamento non può essere considerato alla stregua di un organismo che disturba il manovratore. Ha però ammesso, e questo è ciò che conta, che le decisioni devono poter essere prese con la tempestività che la situazione di volta in volta richiede, e che il Parlamento deve poter svolgere, oltre a quello legislativo, anche un potere incisivo di controllo a maggior ragione se aumenta il potere di chi governa.
Una prospettiva del tutto nuova, visto che attualmente abbiamo un governo debole e un Parlamento frenato da regolamenti arcaici che non consentono risposte rapide e incisive ai problemi del Paese. È una duplice debolezza da cui si deve necessariamente uscire disegnando una coerente cornice istituzionale in cui al federalismo faccia da contrappeso quel presidenzialismo su cui sia Berlusconi che Fini sembrano aver ritrovato un'intesa strategica.
Il primo obiettivo del Pdl è insomma quello di riformare il Paese, perseguendo la ‘politica del fare’ in un rapporto stretto tra governo e maggioranza, nella consapevolezza che le forze riformiste sono sempre state schierate nella coalizione di centrodestra, mentre i cultori dell’immobilismo e della conservazione sono sempre stati a sinistra.
Per cui la prospettiva, dopo il varo del federalismo, non può che essere il rafforzamento dei poteri del premier, con la fine del bicameralismo perfetto. Ma il nuovo partito dovrà colmare anche un altro vuoto che c’è nella storia del nostro Paese, in cui l’assenza di un’autentica rivoluzione liberale ha fatto sì che la nostra sia rimasta una democrazia incompiuta.
CONS.MARIO GORI
PORTAVOCE PDL FRASCATI
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