
Erano i fiori all’occhiello della sinistra, vetero o post-comunista. Vezzeggiati e esibiti, nel ricordo dell’importanza attribuita da Gramsci agli intellettuali acchiappacitrulli per il successo finale del partito nella lunga marcia verso il potere. Ma quando è troppo è troppo. Perfino Claudio Magris, sempre fedele alla linea, ha voltato le spalle al Partito democratico. Non capisce più i compagni di una vita, non riconosce in Franceschini e C. l’antica propensione a riservare ai compagni di strada i bocconi migliori e i posti in lista sicuri. Voterà per Di Pietro, nuovo beniamino dei maestri del pensiero. Significa che sbagliare strada obbliga a scendere sempre più in basso? Non proprio: è la vendetta degli antichi compagni di strada. Niente meglio della preferenza accordata al primitivo di Bisaccia, esprime il disprezzo di questa sinistra allo sbando.
Difficile dargli torto, dinanzi al campionario di vaneggiamenti sciorinato dalla campagna elettorale del povero Franceschini. Ridotto a certificare con l’opinione dei vescovi l’opposizione al “respingimento” degli immigrati clandestini, confondendo la missione universale della Chiesa con la responsabilità del governo verso i cittadini.
L’assurdità e autolesionismo di questa propaganda hanno scandalizzato perfino quegli esponenti della sinistra – come Fassino, Rutelli, Parisi – non immemori dei “respingimenti” su vasta scala di migranti albanesi attuati dal governo Prodi. Il tasso di demagogia e falsità della propaganda dell’opposizione ha toccato livelli imbarazzanti. È il volo del calabrone, che continua a sbattere contro lo stesso vetro. Con l’unico risultato di dimostrarsi inidoneo al volo, quanto questa sinistra è inidonea al governo.
Nonché refrattaria ai cambiamenti. Al punto da associarsi alla “rivolta del passato” promossa dai nostalgici della prima Repubblica, col pretesto del referendum sulla legge elettorale. Fenomeno già indagato dal costituzionalista Maurice Duverger nel saggio “Nostalgie de l’impuissance”, dedicato alla rivolta (fallita) dei vecchi partiti contro le istituzioni della quinta Repubblica francese, per il ritorno alla proporzionale e ai governi distillati nel chiuso dei palazzi dagli esperti nell’arte delle combinazioni ministeriali. La paura della popolarità di Berlusconi, nonché la desolante impopolarità dei possibili leader della sinistra, spinge anche Di Pietro e altri ardenti fautori del referendum elettorale a invocare la discesa in campo del solito Oscar Luigi Scalfaro, perché si metta alla testa dei nostalgici della partitocrazia.
Anche la Lega di Bossi si oppone al referendum, ma non è la stessa cosa. La Lega non si oppone al cambiamento. Chiede la garanzia di poter restare se stessa, nel campo delle stesse forze di cambiamento oggi al governo del Paese.
Cons.Mario Gori
Presidente gruppo consiliare PdL
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