Le cronache ci dicono che il discorso finale di Berlusconi è stato interrotto da più di sessanta applausi, in pratica uno al minuto. Ma il momento nel quale l’immenso parterre della Fiera di Roma si è arroventato e tutti i delegati sono scattati in piedi urlando il nome del leader e sventolando i loro vessilli è stato quando Berlusconi ha detto che la candidatura alle Europee “è una bandiera dietro la quale un vero leader chiama a raccolta il suo popolo”. Ed ha aggiunto, in una marea di acclamazioni e di consensi: “Sarebbe bello che l'opposizione, se avesse un leader, facesse altrettanto”. In quel preciso momento non solo tutte le ridicole accuse dell’opposizione, ma anche i sottili distinguo dei commentatori si sono dissolti, sono scomparsi. Si è confermato e stabilito per sempre, con quella frase, il legame diretto tra il leader e il suo popolo che costituisce la grande novità della politica italiana. Berlusconi è il solo che ha il coraggio di impegnarsi anche laddove gli altri non si impegnano, o per paura o per incapacità, anche laddove gli altri non riescono. E dice, in sostanza, alla sua gente, al suo popolo: seguitemi, impegnatevi anche voi, cercate di gettare il cuore oltre l’ostacolo come ho sempre fatto io. È qui l’essenza, lo spirito, il contenuto della forza trascinatrice di Silvio Berlusconi, è qui il punto di forza dove si sono infranti, come contro un muro, tutti gli attacchi della magistratura, tutti i commenti maligni degli opinionisti, tutte le incertezze di buona parte dei poteri forti collegati al passato. Il congresso del PdL ha segnato anche visivamente quella svolta che era già nei fatti. Tutte quelle bandiere che sventolavano assieme, con i simboli ancora per pochi minuti diversi, erano una continuazione della manifestazione di quei due milioni di italiani convenuti in piazza San Giovanni il 2 dicembre 2006. Allora da lì, da quella piazza una richiesta precisa: via il Governo delle sinistre incapace di amministrare il Paese se non a colpi di tasse, vogliamo un centrodestra unito, vogliamo prendere il Governo del Paese per cambiare sul serio l’Italia, per associare e garantire ai nostri figli un ambiente diverso, più sereno e indirizzato al benessere. La missione è già avviata. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: via la spazzatura dalle strade di Napoli, un termovalorizzatore che sembrava irrealizzabile è stato realizzato in tempi certi, atri ne seguiranno, una compagnia aerea che sembrava fallita ha ripreso a volare sotto i colori italiani e non francesi, nella scuola è tornato il merito, il voto in condotta e si sta riaffermando il rispetto per gli insegnanti, come è giusto che sia. In una parola, lo Stato è tornato a fare lo Stato. Sono questi i primi passi concreti, altri ne seguiranno. La fiducia del Popolo della Libertà è immensa, perché si basa proprio su questi fatti e proprio su questa fiducia nel leader e nel suo Governo, che costruirà una nuova Italia cambiata fin nel profondo.
Il Popolo della libertà come “partito degli italiani”, Berlusconi l’ha detto in apertura del congresso costituente e l’ha ripetuto in chiusura.
La stessa definizione ha avuto eco diverse nella società politica. Enunciata la prima volta, è sembrata una maniera retorica. Ripetuta, ogni osservatore ne ha percepito a suo modo il valore politico. Il ventaglio delle interpretazioni va dal sospetto di un’intenzione più o meno totalitaria avanzato da Berselli su La Repubblica, alla convenzionale deduzione di trovarsi al cospetto di un partito pigliatutto proposta da La Spina su La Stampa.
Qualunque sia l’interpretazione, si è capito che l’irruzione di un soggetto politico che si presenta come “partito degli italiani” mette finalmente uno strumento operativo a disposizione della ricostruzione del Paese. Una nuova stagione di cambiamenti è cominciata con l’unificazione politica della maggioranza sociale. Nulla sarà più come prima.
Non servono, per comprendere la portata della novità, i metaforici raffronti napoleonici azzardati dalla satira. È sufficiente fare riferimento ai ricorrenti cicli di cambiamento radicale che nella vita delle democrazie segnano il passaggio a cose nuove.
• Così per il New Deal rooseveltiano, che negli Stati Uniti avviò la stabile dislocazione della maggioranza elettorale descritta da una celebre battuta in un film di Hollywood: “Io credo che Partito democratico sia il nome di quello che vince le elezioni”.
• Così anche per l’era thatcheriana in Gran Bretagna, quando i ragazzini inglesi erano portati a credere che la carica di Primo Ministro fosse riservata a una donna.
• Un terzo esempio, volendo, può ricavarsi dal lungo regno conservatore durato dalla rifondazione gollista dello Stato in Francia, fino all’avvento del socialista Mitterrand.
“Partito degli italiani”, dunque, perché un soggetto politico che si fa carico degli interessi generali della Nazione ed è proiettato verso la maggioranza assoluta dei suffragi, cessa di essere una parte in competizione con altre parti. Ma è necessariamente aperto a chiunque intenda partecipare allo sforzo collettivo di rinascita nazionale, cominciando dal superamento della crisi economica. Questo anche il senso dell’auspicio che l’opposizione al governo non degeneri in opposizione al Paese, formulato dal ministro Tremonti.
Giorni fa, il sottosegretario Bonaiuti, ha paragonato il Popolo della libertà al Rio delle Amazzoni, maestosa via d’acqua nata dalla confluenza di due fiumi. Ognuno con caratteristiche proprie, avviate a mescolarsi in un unico percorso. Quel che c’è di buono in questa metafora, è che contiene l’idea del necessario pluralismo del nuovo partito. Un grande partito, nato dalla volontà di un leader che ha interpretato la necessità del momento (in cui rientra la latitanza della sinistra, eterna ritardataria agli appuntamenti con la Storia), non può essere un’accademia del pensiero unico. Naturale che Gianfranco Fini abbia portato al congresso la diversità delle sue opinioni su aspetti non secondari delle scelte da compiere. Il caldo abbraccio che Berlusconi gli ha riservato sta a significare la piena legittimità della circolazione delle idee, al vertice come alla base di un movimento in cui si cerca, nel confronto delle opinioni, la sintesi da tradurre in scelte di governo buone per l’Italia.
La tornata elettorale europea e amministrativa prepara al Popolo della libertà l’imminente battesimo del fuoco. Affronterà la prova con Berlusconi capolista. Un leader ha il dovere di mettersi in gioco quando ritiene necessario fare appello al Paese, per risvegliarne le energie in funzione dello sforzo da compiere per uscire dalla crisi economica, rompere la spirale della decadenza, applicare al rinnovamento complessivo del sistema Italia l’umanesimo dei valori proprio del Partito popolare europeo. Invece di attardarsi in penose contestazioni della decisione di Berlusconi di esporsi al giudizio degli elettori, Franceschini farebbe bene a seguirne l’esempio. Per male che gli vada, sarebbe una prova di carattere.
Cons.Mario Gori
Portavoce PdL Frascati
martedì 31 marzo 2009
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