
La paura fa novanta nel Partito Democratico, e le ultime indiscrezioni trapelate, secondo cui saranno, fra gli altri, gli ex leader sindacali Cofferati e D’Antoni a guidare le liste del Pd alle Europee, ne sono una conferma neanche troppo implicita. Franceschini ha già fatto sapere che non si candiderà, aprendo un’assurda querelle con Berlusconi e venendo meno a uno dei principi irrinunciabili delle democrazie: quello secondo cui i leader non possono sottrarsi a una costante verifica della loro legittimazione popolare.
Ma nel Pd è in atto una vera e propria fuga dall’assunzione di responsabilità democratica, come dimostra la scelta di far eleggere il successore di Veltroni non dal popolo delle primarie, ma dal pletorico organismo di vertice del partito, che è un finto comitato centrale perché non viene quasi mai riunito.
Invece di domandarsi come mai, in un periodo di profonda crisi finanziaria internazionale, il governo guadagna consensi e loro ne perdono costantemente, i dirigenti democratici, invece di fare autocritica e cambiare registro, preferiscono rimanere nell’ombra per non essere coinvolti in prima persona nel prevedibile tsunami elettorale, salvo poi rimettersi al timone per avere voce in capitolo nel dopo-Franceschini.
Una scelta opportunistica, dunque, che però avrebbe potuto avere una logica se si fosse deciso di puntare sul rinnovamento presentando come capilista alcuni dirigenti più giovani, come il segretario regionale lombardo. Invece, nulla di tutto questo. La linea individuata per ora è quella di affidarsi a vetero-sindacalisti come Cofferati al Nord, dove in certe zone il centrodestra raggiunge tranquillamente il 70 per cento dei consensi, e non è certo l’ex Cinese il personaggio più adeguato per parlare al popolo delle partite Iva.
È evidente che i sondaggi in mano al Pd non lasciano speranze di un cambiamento di rotta, sia pure leggero, nei prossimi due mesi, e che ci si prepara a gestire l’ennesima drammatica sconfitta. Questa linea della rassegnazione, malamente mascherata dalle continue sortite di Franceschini contro il premier, sempre più dure e sempre più inefficaci, sta provocando diversi malumori soprattutto nel partito dei Governatori, che – essendo più vicini al territorio - si vedono franare il terreno sotto i piedi.
Mercedes Bresso, uno dei presidenti di Regione più autorevoli di cui il Pd dispone, ha addirittura deciso di chiarire su ‘Facebook’ la questione della sua mancata candidatura alle Europee: "Mi ero proposta – ha scritto ieri - perché ritengo che in un sistema elettorale basato sulle preferenze sia giusto che i leader si espongano in prima persona: personalmente credo che accettare il sistema delle preferenze e non sfruttarlo sia un errore. Il mio partito ha deciso di non candidare gli amministratori pubblici in carica e quindi il problema di una mia candidatura non si pone più. In ogni caso non sarei mai andata a Strasburgo perché il prossimo anno intendo ricandidarmi alla guida della regione Piemonte”.
La posizione della Bresso, dunque, è in perfetta sintonia con quella di Berlusconi, secondo il quale i leader, soprattutto quelli nazionali, hanno il dovere di esporsi in prima persona di fronte a una grande consultazione politica come le Europee.
Ed è lontana anni luce da quella utilitaristica di Franceschini, che ha denunciato invece come un truffa agli elettori la presenza in lista del premier. Così facendo, il democristiano Franceschini ha mutuato il peggio della tradizione leninista: delegittimare l’avversario con la mistificazione e la menzogna. Ma è un giochino, questo, che funzionava nel secolo scorso. Oggi non più .
Cons.Mario Gori
Portavoce PdL Frascati
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