Come ha ieri ripetuto giustamente Silvio Berlusconi, “il governo non lascerà indietro nessuno”. L’Italia, ha aggiunto il premier, “è pronta anche a sforare i tetti sul deficit pubblico imposti dalla commissione europea pur di tutelare l’occupazione e i più deboli. Non mi spaventa affatto”.
Quella del capo del governo non è un ribellione contro Bruxelles, ma l’irritazione, condivisa da molti altri capi di governo mondiali (Sarkozy in testa) per come le istituzioni internazionali stanno affrontando la crisi. Uno stillicidio di dati e previsioni sempre più neri, ma nessuna strategia di uscita a livello globale. È evidente che Ocse, Fondo monetario e Commissione europea sono state pensate e sono adatte a situazioni di vacche grasse, più che a periodi di emergenza come questo.
Quando sei in guerra devi prima pensare a combattere e possibilmente a non prenderle, poi si fa la conta dei danni: è il succo del pensiero di Berlusconi, condiviso anche da Giulio Tremonti.
Anche perché le statistiche il più delle volte si contraddicono sia al loro interno sia tra di loro. E ciò accade perché più che guardare avanti, e registrare anche i segnali di ottimismo e di ripresa, si limitano a fotografare l’esistente. A novembre 2008 l’Ocse, l’organismo che riunisce i paesi più industrializzati, stimava per l’Italia un Pil in calo dell’1% nel 2009 e in ripresa dello 0,8 nel 2010. Oggi parla rispettivamente di -4,3 e -0,4. Il trend è confermato ma con percentuali tutte riviste al ribasso. Così per il rapporto deficit/Pil: da 2,9 e 3,1 del novembre scorso si passa ora a 4,7 e 5,9.
A sua volta l’Unione europea parla di Pil in calo nel 2009 del 2%, e in aumento dello 0,3 nel 2010. Il deficit, secondo l’Ue, dovrebbe essere del 3,8 quest’anno e del 3,7 il prossimo.
In Italia le stime sono meno pessimistiche: la Confindustria per esempio vede nero per quest’anno, ma scorge una ripresa più robusta per il prossimo.
Ma che senso ha questa danza di percentuali? Ciò che conta è la realtà. E, come sottolinea Berlusconi, quest’anno rischiamo di avere nel mondo 20 milioni di disoccupati, e l’importante è agire ora e subito; sicuramente per l’Italia, è “non lasciare indietro nessuno”. Ricetta condivisa anche dalla Chiesa e, se non cambierà idea, dalla sinistra.
La realtà ci segnala anche che tutti i maggiori governi stanno facendo sforzi straordinari per fronteggiare la crisi: Usa, Europa e Cina hanno finora fatto piani di salvataggio per famiglie, industrie banche per 23 mila miliardi di dollari. Per avere un termine di raffronto, la Seconda guerra mondiale costò agli americani 3.700 miliardi, il New deal di Roosevelt 500 miliardi (il tutto ovviamente a valori attuali).
Barack Obama può permettersi di dire dalla Casa Bianca che se la Chrysler non fa l’alleanza con la Fiat sarà lasciata fallire, e la Federal reserve, la banca centrale Usa, può stampare dollari a piacimento. Se Berlusconi usasse lo stesso linguaggio sarebbe passibile di processo per concorrenza sleale di fronte alla Commissione europea, per non parlare della Banca d’Italia i cui poteri sono tutti nelle mani della Bce.
Ocse, Ue e Fondo monetario (bontà sua, con cifre che saranno “leggermente più ottimistiche”) non forniscono terapie né ordinano ai medici come intervenire, fanno l’elenco degli ammalati. Ma se l’elenco riguarda tutti i paesi del mondo – e Francia, Germania, Inghilterra, Spagna e Usa sono messi peggio di noi, con gli Stati Uniti che si avviano ad avere un debito del 140% del Pil – in un’economia globalizzata i dati dei singoli stati perdono ogni senso.
Anzi, il rischio è di ingenerare nei mercati e nell’opinione pubblica una sindrome al pessimismo che è l’esatto contrario di ciò che oggi è necessario.
Ieri Sarkozy ha detto chiaramente che se il G-20 di Londra continuerà a fare il bollettino dei danni anziché concentrarsi sull’azione, lui se ne andrà occupandosi della Francia. La Commissione di Bruxelles corre lo stesso rischio: non può limitarsi a sollecitare i governi europei al rigore economico senza tener conto della situazione e senza aver suggerito neppure una terapia anticrisi.
I mercati sono importanti, e c’è la preoccupazione che deficit e debiti pubblici, assieme alla enorme massa di liquidità immessa dai governi, alla lunga generi inflazione. Al tempo stesso gli economisti temono però la deflazione, che è il contrario dell’inflazione, ed indica la paralisi dell’economia. Dunque si mettano d’accordo su qual è la priorità.
In tutti gli angoli del mondo, dalla Casa Bianca all’Eliseo fino a Palazzo Chigi, sono i governi ad aver preso in pugno il controllo della situazione. Riaffermando la supremazia della politica (che, non dimentichiamolo, è fatta da eletti) sui mercati e sull’economia. Berlusconi dichiara che difenderà in primo luogo i disoccupati, e poi penserà ai vincoli di Bruxelles. Che non lascerà indietro nessuno. Lo ha detto chiudendo il congresso del Popolo della Libertà e lo ripete oggi di fronte alle massime autorità mondiali; a conferma che non si tratta di uno slogan ad uso interno.
È una linea giusta, anzi è l’unica linea da perseguire, ed è la stessa di Obama, di Sarkozy e di Gordon Brown.
Mario Gori
Portavoce PdL Frascati
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