La sinistra italiana non si smentisce mai: Berlusconi annuncia che celebrerà il 25 aprile, e dall’opposizione (politica e giornalistica) si alza un gran dibattito su quali siano le vere intenzioni e il livello di sincerità del premier. Il vecchio vizio di fare l’analisi del sangue all’avversario per verificarne il livello di democraticità, dunque continua. Così come riaffiora, immancabile come ogni anno, la tentazione di egemonizzare una ricorrenza, quella della liberazione dal nazifascismo, che dovrebbe riguardare tutto il Paese, e non essere patrimonio esclusivo di una sola parte.
Ecco perché Berlusconi ha colto nel giusto quando ha detto che intende sottrarre il 25 aprile alla sinistra: è la sinistra stessa che gliene fornisce una ulteriore conferma.
Lo attendono con un misto di curiosità e senso di superiorità, quasi si trattasse, da parte del capo del governo, di un test da superare, e loro fossero gli unici professori abilitati a dargli il diploma. Eppure tre elezioni vinte contro tre diversi candidati della sinistra (tutti rigorosamente in regola quanto a 25 aprile) dovrebbero costituire la miglior patente di democrazia, data dal popolo e non dalle élite dirigenti. Ed oggi un consenso personale che si estende a vasta parte della stessa sinistra: non è questa la più evidente prova, se ce ne fosse bisogno, di legittimità democratica?
La sinistra che quasi accusa Berlusconi di non avere mai partecipato alle celebrazioni del 25 aprile dimentica, o finge di dimenticare, due cose. La prima è che ogni volta che gli esponenti del centrodestra hanno sfilato alle varie feste del 25 aprile – da Umberto Bossi a Letizia Moratti – si sono presi fischi e spintoni, al punto (come nel caso del sindaco di Milano con il padre partigiano e in carrozzella) da dover abbandonare il corteo.
La seconda cosa è che la libertà e la democrazia di cui gode oggi l’Italia è frutto dell’appartenenza del Paese al campo democratico e occidentale, più che ad una lotta di liberazione combattuta 64 anni fa. In questo sta appunto la differenza tra liberazione e libertà.
E, quanto a vocazione alla libertà, né il governo né il suo premier né il Pdl hanno bisogno di lezioni da nessuno. Berlusconi stesso ha chiarito al congresso perché il nostro movimento politico si chiami Popolo della Libertà, e quanto questi due concetti siano indivisibili.
In particolare ha ricordato come la libertà non sia mai data per sempre, ma vada sempre praticata e difesa, in politica e nella vita. I partigiani e soprattutto l’esercito angloamericano liberarono l’Italia dal fascismo, ma gli ispiratori politici di gran parte del movimento partigiano continuarono per decenni a militare nel campo internazionalista a fianco dell’Unione sovietica, dalla quale ricevettero consistenti aiuti economici.
Ecco: il Pci di allora, così come gran parte della sinistra di oggi, può essersi politicamente impadronito dell’anniversario della liberazione. Non può però certamente vantare il monopolio della difesa della libertà dell’Italia, né sul piano degli schieramenti internazionali né su quello delle libertà civili e sociali dei cittadini. Anzi.
La liberazione è una ricorrenza importante, anche se non è la festa fondativa della nostra Repubblica, che ha la sua data naturale e accettata nel 2 giugno. La libertà è invece molto di più, è un modo di essere permanente e una precisa scelta di campo.
Per citare un caso di questi giorni, chi ha realmente a cuore la libertà fa come ha fatto il governo italiano, assieme a quello americano, tedesco e olandese, alla conferenza dell’Onu sul razzismo: non ci va, perché non ci si presta a fare da platea alle parole razziste di un dittatore che dice ciò che negli anni Trenta affermava non tanto Mussolini, ma Hitler. La sinistra al governo avrebbe fatto la stessa scelta, o si sarebbe adeguata ai rituali Onu e alla realpolitik?
Questo è un esempio di libertà difesa e praticata costantemente, senza mai abbassare la guardia, come guida del Paese e come stile ed esempio politico.
Ma dunque il 25 aprile si avvicina ed è giusto lasciare le polemiche alla sinistra, che in questo è specialista; anche se è sempre bene ricordare e puntualizzare certe cose.
Se si abbandoneranno gli steccati, gli intollerabili pregiudizi e complessi di superiorità, se soprattutto l’opposizione farà tutto questo, si potrà non solo celebrare il 25 aprile con un spirito diverso, come un anniversario per tutti gli italiani, ma lo si potrà anche rilanciare e rinvigorire soprattutto tra le generazioni più giovani.
Perché anche qui occorre essere chiari: soprattutto i ragazzi sono i più insensibili e refrattari ai vari rituali istituzionali. E non per scelta di campo politica (che riguarda esigue minoranze tra loro), ma perché su ogni festa nazionale scende immancabile una retorica di palazzo che travolge tutto, omologa tutto, e più di ogni altra cosa seppellisce la nostra storia.
Questo è tra i motivi per cui a differenza dell’Independence Day americano, o dell’anniversario della Presa della Bastiglia in Francia, le nostre ricorrenze ufficiali non vengono vissute come feste di popolo, ma come celebrazioni riservate ai partiti e al Palazzo.
Se riusciremo non solo a ricordare la liberazione, ma a celebrare e magari festeggiare un permanente giorno della libertà, se daremo alla liberazione una chiara, informata e magari condivisa prospettiva storica, ed alla libertà il senso di un valore universale e continuo, affidato ad ogni individuo, non solo avremo ridato un senso a quelle nostre ricorrenze, ma avremo fornito al Paese e ai giovani la migliore lezione di educazione civica.
Cons.Mario Gori
Portavoce PdL Frascati
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