Ora che anche Emma Marcegaglia parla ufficialmente di ripresa e colloca a luglio l’inversione di tendenza per l’Italia, ci si può chiedere come il nostro Paese, con questo governo, abbia affrontato la più grave crisi finanziaria mondiale del dopoguerra.
Le varie statistiche ufficiali sono lì a testimoniare che la recessione ha colpito anche da noi, con il calo del Pil (- 3,2% nel 2008 e – 3% nel 2009), della produzione industriale (- 3,5 nel 2009) e con le ore di cassa integrazione cresciute esponenzialmente a seconda dei settori fino al 500 per cento.
Ma chiunque venga in Italia soprattutto dagli Stati Uniti o dall’Inghilterra non vede un paese in ginocchio. Lasciamo perdere la “docu-fiction” di certi programmi della sinistra televisiva: non esistono in Italia file di impiegati rimasti senza posto e senza casa davanti agli uffici di disoccupazione. Le uniche file a cui abbiamo assistito sono state quelle alla Posta per ottenere la social card decisa dal governo per i più deboli.
Non ci sono stati assalti alle banche per ritirare i depositi. Né pignoramenti in massa delle case di chi non ha potuto pagare il mutuo.
La Fiat non rischia la liquidazione o la bancarotta controllata come i colossi dell’auto americani; né di chiudere i battenti come Saab e Volvo. Non abbiamo assistito a sequestri di manager da parte di dipendenti inferociti.
Se la ripresa arriverà intorno all’estate, come affermano Tremonti e la Marcegaglia, e come conferma il cancelliere Angela Merkel, vuol dire che siamo ancora nella fase acuta della recessione. Eppure non c’è in Italia allarme sociale come in gran parte del resto d’Europa.
La botta è stata dura anche da noi, e per giunta accompagnata dall’emergenza terremoto, ma il governo non ha messo le mani nelle tasche dei contribuenti per far pagare più tasse ai ceti più alti (e più onesti).
L’Italia, insomma, sta uscendo dalla crisi come chi ha avuto una forte influenza ma è stato curato con i farmaci giusti. Vediamo perché.
Il centrodestra aveva previsto la crisi in arrivo fin da prima delle elezioni. Mentre la sinistra di Prodi, Visco e Padoa-Schioppa prometteva tesoretti da spendere, Berlusconi e Tremonti invitavano a non credere ai miracoli.
La diagnosi giusta ha come conseguenza la giusta terapia. Che il governo ha attuato aiutando in primo luogo i redditi bassi, i risparmiatori, chi ha un mutuo-casa. La carta acquisti e il bonus per i meno abbienti; la garanzia sui depositi bancari; il tetto del 4% per cento e in molti casi la sospensione delle rate dei mutui; i miliardi di euro per la cassa integrazione anche a chi non ne aveva mai avuto diritto, come i precari e gli autonomi: sono stati i capisaldi dell’azione dell’esecutivo.
Nessuna banca è fallita, eppure il governo non ha dato soldi alle banche ma ha imposto criteri rigidi per garantire sia il patrimonio sia i depositi, sia infine il credito a cittadini e imprese. Per questo sono stati addirittura messi in campo i Prefetti.
Nessuna industria è stata nazionalizzata o aiutata con il denaro dei contribuenti, ma il governo ha indirizzato incentivi mirati all’auto, agli elettrodomestici, al settore dei mobili e delle costruzioni, all’editoria. Così facendo ha fatto ripartire i settori strategici del Paese, ma contemporaneamente ha aiutato i consumatori e indirizzato i consumi e l’industria verso scelte più moderne, più sostenibili sotto il profilo ambientale, ed infine più consone ad un paese evoluto sotto quello culturale.
Il fondo straordinario di riserva costituito presso Palazzo Chigi sta consentendo di affrontare la ricostruzione dell’Abruzzo senza che ciò vada a gravare sui contribuenti, e senza che vada a peggiorare la situazione di crisi. Anzi, la ricostruzione può essere un volano di ripresa.
Alla stesa maniera l’altro fondo straordinario di circa 20 miliardi per le infrastrutture garantisce all’Italia lavoro e opere necessarie per i prossimi anni, anche per rendere la ripresa più forte e duratura.
Il governo non ha aiutato la “finanza di carta” ma l’industria, l’economia reale ed i lavoratori. La formula dell’economia sociale di mercato, annunciata fin dal primo momento e teorizzata al congresso fondativo del Popolo della Libertà, ha trovato subito pratica attuazione. È in definitiva quella che la gente ha imparato a conoscere come “politica del fare”.
In piena recessione sono state avviate ed attuate riforme di sistema – dalla scuola al federalismo – che cambieranno il volto del Paese e dei suoi giovani anche sotto il profilo economico.
Per la pubblica amministrazione, i cui dipendenti non hanno risentito della bufera finanziaria ma hanno mantenuto la tranquillità del lavoro e visto incrementare il proprio potere d’acquisto, è stata iniziata una trasformazione che ha abbattuto l’assenteismo e che porterà ad eliminare sprechi ed efficienze.
Tutti questi interventi sono stati attuati senza mettere a rischio i conti pubblici. Mentre altri paesi europei aumentavano il loro debito ed il deficit a livello più alto del nostro, e finivano pericolosamente vicini alla bancarotta, l’Italia manteneva l’impegno a risanare la finanza pubblica. Come primo effetto pratico, i nostri titoli di Stato hanno visto ridurre il differenziale di rischio rispetto ai bund tedeschi, e le emissioni di Btp e Cct sono state collocate senza problemi con beneficio sia per il Tesoro sia per i risparmiatori.
La sintesi di tutto ciò la offre ancora la Confindustria, tradizionalmente mai tenera verso i governi: “I nostri settori industriali di punta cominciano e registrare aumenti negli ordini, l’export riprende a tirare, si registra un clima di cauta fiducia”. Aggiungiamo che se oggi la Fiat viene chiamata dalla Casa Bianca a salvare la Chrysler, ciò si deve non solo alle capacità di Sergio Marchionne ma anche e soprattutto alla tempestività delle misure di cui ha beneficiato in casa.
L’Italia, insomma, sta per uscire provata dalla crisi, ma non è mai stata in ginocchio né la coesione sociale è mai stata in discussione. Con altri governi, con altre ricette, potevamo finirne stritolati. Smaltiremo invece solo gli effetti, appunto, di una forte influenza, che non è dipesa da noi, e poi ci troveremo più in salute di prima. Nel frattempo infatti la crisi è stata utilizzata per sfruttare alcune opportunità, realizzare riforme, rilanciare e rinnovare settori economici.
Il governo ed il premier, caso unico, hanno visto in tutto ciò aumentare consensi e fiducia. “Porterò l’Italia fuori dalla crisi” ha promesso Berlusconi chiudendo il congresso del Popolo della Libertà. Anche questo impegno viene mantenuto.
Cons. Mario Gori
Portavoce PdL Frascati
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